L'esperto risponde (0016)  
 
data: 9 gennaio 2012
 
Esperto:
Roberto Pinton
 
     

Domanda
Buongiorno, alcune settimane ho sentito parlare di decine e decine di tonnellate requisite dalla guardia di Finanza in quanto vendute nel mercato come biologiche in realtà non lo erano.
Le chiedo, per me che sono ormai un'assidua consumatrice di prodotti biologici, e soprattutto per la tutela di consumatori come me, conoscere i negozi sicuri dove poter acquistare.
Ad esempio io che abito a Milano sono sicura che acquistando in negozi noti, di grandi catene, e vedendo l'etichetta completa in tutti i suoi crismi della sua produzione biologica sto mangiando biologico?
Nonostante il dubbio che può trapelare con situazioni del genere, io continuo a comprare prodotti biologici per la mia famiglia anche perché sono convinta che i soldi spesi per mangiare genuino non sono spesi male, spero in cuor mio però che siano ben riposti.
un cordiale saluto,
Elisabetta

Risposta

Cominciamo col dire che la frode c'è stata, è inutile negarlo
Se si prendono in esame tutti i documenti che interessano le ditte  coinvolte, si verifica, però, che il volume di prodotti con certificazione biologica falsificata sarebbe meno del 2,5% (due e mezzo per cento) di quello prospettato dalla  Guardia di Finanza.

Agli arrestati vengono addebitati i reati di dichiarazione  fraudolenta mediante uso di fatture e altri documenti inesitenti, la  dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e l’emissione di  fatture per operazioni inesistenti.
Secondo gli inquirenti le aziende avrebbero utilizzato ed emesso fatture (per un importo fantastico, intorno ai 200 milioni) per operazioni inesistenti (e se l’italiano vuole ancora dire qualcosa, un’operazione inesistente non c’è mai stata: fisicamente la merce indicata nelle fatture non c'era e non c'erano delle vendite effettive), allo scopo di evadere il fisco creando dei costi fittizi.

Il valore dei prodotti accompagnati da certificati falsificati sarebbe  nettamente inferiore a quello indicato nel comunicato della Guardia di Finanza (che, giustappunto, informa di aver scoperto una frode fiscale): applicando le quotazioni di mercato odierne, siamo sotto ai 5 milioni di Euro  (i 200 e passa di cui ha parlato la stampa sono il  volume d’affari complessivo delle società coinvolte, costituito, appunto,  da  operazioni che la Guardia di Finanza qualifica come inesistenti; su di esse chiede, logicamente, il versamento delle imposte, ma rimangono inesistenti, quindi non ci sono state).

È stato anche accertato che la frode si sarebbe protratta da ottobre 2007 ad agosto 2008 e  avrebbe riguardato esclusivamente orzo, mais e soia per alimenti zootecnici, girasole,  farro, 2 partite di frumento e delle mele da purea.
In sostanza si tratterebbe, nella quasi totalità, di ingredienti per mangimi.
Nessuna delle società coinvolte risulta iscritta alla Banca nazionale dati operatori ortofrutticoli gestita dall'ente pubblico Agecontrol e senza tale iscrizione non è materialmente possibile la commercializzazione di questi prodotti.

Queste precisazioni non hanno assolutamente lo scopo di sminuire la gravità dell’accaduto, ma di dare un perimetro vero alla frode (che innegabilmente sembra esserci stata, ma si presenta come “frode fiscale” che coinvolge alcune materie prime per mangimi con certificati falsificati, piuttosto che come “frode biologica”).

Che questo perimetro sia di gran lunga più ridotto di quanto indicato nel comunicato della Guardia di Finanza non basta a mettere il cuore in pace alle 47.658  aziende perbene e le oltre 300.000 persone che  lavorano nel settore biologico italiano (che sono parte lesa e non complici, e  attraverso le loro organizzazioni stanno costituendosi parte civile nel  processo), ma dà almeno alla questione la dimensione corretta e ristabilisce il principio di verità.

Ho utilizzato ripetutamente forme verbali condizionali non tanto perché, a livello personale, abbia molti dubbi sul meccanismo della frode (che per ora è presunta) , ma perché, per il nostro ordinamento, le condanne spettano ai tribunali e non ai giornali o ai blog.

Comunque, nessun produttore biologico ha falsificato le carte (gli inquisiti sono tutti grossisti di cereali e prodotti per alimentazione zootecnica, che sembra abbiano falsificato certificati di aziende agricole all’oscuro di tutto).
Neppure nessun organismo di controllo ha falsificato le carte: non appena un organismo, nella normale attività di autocontrollo interno, ha scoperto comportamenti illeciti di un suo funzionario locale lo ha sospeso dall’incarico (luglio 2010), ha segnalato il fatto all’autorità giudiziaria (che solo allora ha aggiunto il “filone biologico” a un’indagine che si stava occupando solo del “filone fiscale”) e a settembre l’ha licenziato, assieme a un ispettore i cui comportamenti apparivano illeciti.
Le prime perquisizioni e i primi sequestri di documenti e personal computer risalgono, appunto, a luglio 2010, alla segnalazione effettuata dall'organismo di controllo.
Tutti gli organismi di controllo hanno avviato immediatamente la collaborazione con la Guardia di Finanza, supportandola con la fornitura di documenti e dati: nessuno aveva qualcosa da coprire né il minimo interesse a mantenere aree di torbidità.

Non appena avuta evidenza della gravità della frode gli organismi di controllo coinvolti si sono rivolti, come richiesto dalla legge, al ministero delle Politiche agricole (il tutto è ampiamnte documentato) per chiedere il suo supporto e indicazioni utili a gestire prontamente l’eventuale ritiro dal mercato del prodotto che si riteneva non realmente bio.
È al ministero, infatti, che spetta il compito di autorizzare, vigilare, indirizzare e coordinare l’attività degli organismi di certificazione, oltre che di vigilare anche direttamente sugli operatori. Gli organismi di controllo non hanno certo attribuzioni di polizia giudiziaria; in base alla legge devono (e possono) soltanto segnalare all'autorità competente.
Oltre che al ministero, un ruolo attivo spetta alle Regioni, a cui compete la verifica degli albi delle imprese bio e la vigilanza sull’operato degli organismi di certificazione nel loro territorio.
Per questo motivo si parla di “sistema di certificazione”.

Purtroppo, nonostante i reiterati solleciti e la gravità del fatto, in un anno e mezzo il ministero non ha fornito indicazioni di sorta per bloccare subito ogni operazione non trasparente.
Neppure ha informato, nel quadro della necessaria collaborazione transnazionale richiesta dalle normative europee, le corrispondenti autorità degli altri Paesi UE, che non a caso sono furibonde nei suoi confronti.
Non si può incolpare nè le 47.658  aziende perbene, le oltre 300.000 persone che  ci lavorano o gli organismi di controllo per l'incomprensibile lentezza del ministero, che ha atteso la fine dell'anno, a bubbone esploso, per convocare la prima riunione degli organismi di controllo sull'argomento. 

FederBio (www.federbio.it), l’organizzazione più rappresentativa del settore, da molto tempo (e ora a maggior ragione), chiede un cambio di passo sostanziale e urgente sia a livello ministeriale che regionale, ed evidenzia la necessità di attivare strumenti efficaci a livello di sistema in particolare per il coordinamento e lo scambio di informazioni, anche attraverso una piattaforma informatica dedicata in cui siano disponibili i dati di tutte le transazioni (acquisti e vendite) che consentano un’immediata scoperta di situazioni poco chiare.

Per questo database (che, tra l’altro, è obbligatorio per norma europea) nel bilancio del ministero  sono stanziate ingenti risorse, fino a ora spese in progetti che da tempo il settore segnala come del tutto inadeguati (si cincischia di “diritto alla privacy” degli operatori e lo si vorrebbe come una del tutto inutile lista anagrafica, senza alcun dato economico).

Va anche detto che non si tratta di una frode "italiana", ma di una frode in cui alcuni italiani hanno sfruttato scientificamente alcuni buchi della normativa europea; per questo le organizzazioni del biologico italiano FederBio e AssoBio hanno chiesto al ministero di intervenire rapidamente nei confronti di Bruxelles per sollecitare i necessari interventi correttivi che evitino ulteriori casi del genere, in Italia come in Olanda, in Germania o in Lituania.

La questione sui controlli è comunque un’altra.

Grazie alla serietà dei suoi operatori e al suo sistema di controllo, il settore biologico presenta strutturalmente assai meno "non conformità" di qualsiasi altro comparto dell'agroalimentare italiano.
Dai controlli effettuati dagli organismi pubblici (Nas, Carabinieri politiche agricole, Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari ecc.)  emerge che nel 2010 a presentare non conformità (comprese  anche banali irregolarità puramente formali nell’etichettatura, che non inficiano assolutamente la certificazione) è stato il 3,8% dei prodotti biologici, contro il 12,4% dei ben più diffusi prodotti DOP/IGP (come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano o i Prosciutti di Parma e di San Daniele).
Nessun comparto dell'agro-alimentare ha controlli più stretti di quello biologico, su questo, assolutamente, non piove.

Purtroppo, però, nemmeno il miglior sistema di controllo può impedire attività criminali: può renderle più difficili, può funzionare da deterrente, può scoprire (com’è accaduto nel caso in questione) o aiutare a scoprire più facilmente la frode per mettere i criminali in condizioni di non nuocere, ma non ha poteri taumaturgici.
Spiace, ma è così.
Le frodi sono scoperte dagli organismi di controllo e dalle autorità pubbliche e sono punite con rigore della legge (son finite in carcere sette persone, si fatica a ricordare qualche altro scandalo alimentare in cui sia accaduto).

Dopo di che, nessuna delle maggiori aziende italiane di trasformazione e di distribuzione ha mai avuto a che fare con le aziende inquisite.
Prezzi troppo bassi fanno drizzare le orecchie agli operatori esperti, che preferiscono rivolgersi altrove.
Così non sarebbe stato (ancora il condizionale) per alcuni produttori esteri di mangimi, a cui l’estrema convenienza del prezzo richiesto ha fatto accantonare la prudenza.
Ma quando si acquista un prodotto a un prezzo che si sa inferiore ai costi di produzione, il confine tra la frode e l’incauto acquisto è molto labile.

Non spiego qui i particolari tecnici della frode (non vorrei dar suggerimenti a qualche gaglioffo, meglio aspettare che l'Unione Europea metta una pezza alle pieghe del regolamento che l'hanno resa possibile)...

Buon anno

Roberto Pinton

 
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