Generalità.
Vi sono diversi tipi di approccio per affrontare i problemi. Anche se le schematizzazioni sono riduttive, divideremo questi approcci in due categorie:
- una modalità lineare, che si ha quando una situazione da risolvere, o migliorare, viene esaminata mediante lo studio di un rapporto diretto di causa-effetto teso al risultato che si vuole ottenere, senza preoccuparsi di quelli che vengono chiamati "effetti collaterali" e considerati secondari, o ignorati;
- una modalità sistemica-olistica, che considera l'evoluzione del sistema complessivo di cui il problema fa parte: qualunque variazione ha effetti su tutto il sistema. Anche se, per motivi pratici, suddividiamo il complesso in sottosistemi, non dobbiamo perdere mai di vista l'evoluzione del sistema complessivo.
La modalità con cui sono stati affrontati in generale i problemi negli ultimi due secoli della civiltà occidentale, è la modalità lineare di causa-effetto.
Prendiamo come esempio il problema della mobilità, sfociato oggi in un uso assolutamente eccessivo delle auto private.
La diffusione delle auto con motore a scoppio è iniziata circa un secolo fa. Allora si era considerata soltanto la "facilità" di spostamento e quindi l'auto era apparsa come un vantaggio, un "progresso": così si è andati avanti fino alla fine del ventesimo secolo (le autorità ufficiali e il mondo economico-industriale ragionano ancora in questo modo). Il ragionamento sistemico avrebbe invece evidenziato e messo in conto anche il consumo di prodotti petroliferi (non rinnovabili), le alterazioni dell'atmosfera terrestre, le distruzioni dovute a impianti, estrazioni, trasporti, strade, consumo di territorio, morte di ecosistemi, e così via. I danni portati all'Ecosistema totale sono stati evidentemente di gran lunga più grandi dei vantaggi di mobilità. Ragionando con l'approccio sistemico, le auto private con motore a scoppio non sarebbero mai state realizzate.
Campi coltivati
Passiamo ad un esempio che ci interessa da vicino:
Se dobbiamo coltivare un campo, il ragionamento lineare ci porta a cercare il massimo "rendimento" per ettaro della coltivazione e a non preoccuparci degli effetti non-locali della nostra azione. Ma se usiamo un approccio sistemico, dobbiamo mettere in conto i danni provocati dai mezzi agricoli, tutta l'energia necessaria per costruirli, l'estrazione e il trasporto del carburante, il territorio consumato e la Natura distrutta, l'alterazione dell'atmosfera, i consumi del ciclo di produzione di fitofarmaci, concimi chimici, e antiparassitari, i rifiuti prodotti, e così via. L'aumento di "produzione" o "rendita" per unità di superficie è del tutto illusorio: i danni per i consumi complessivi sono molto maggiori degli eventuali vantaggi del raccolto ricavato.
L'unico modo di coltivare che non comporti grossi guai per l'Ecosistema complessivo è un campo-orto biologico molto variato, cioè con coltivazioni diversificate, nello spazio e nel tempo: tale tipo di campo-orto si autosostiene e non ha bisogno di apporti esterni. Inoltre non provoca grosse alterazioni a distanza.
Il campo-orto deve vivere come il resto del mondo naturale, che si basa su cicli e non sul consumo di "risorse" e l'accumulo di "rifiuti". Non possiamo smaltire o riversare qualcosa nell'ambiente, anche perché non esiste alcun "ambiente", esiste solo il Sistema Totale, l'Ecosistema, di cui bisogna rispettare la vita, che è anche la nostra.
Un campo coltivato con una sola coltura e senza rotazione non è in grado di mantenersi senza pesanti apporti esterni di fertilizzanti, antiparassitari, sostanze chimiche varie, energia proveniente da molto lontano (prodotti petroliferi), e così via.
Solo con una coltivazione di tipo biologico ci manteniamo nel quadro della vita del mondo naturale e quindi possiamo continuare a far parte della Vita della Terra a tempo indefinito.
Come si è visto, gli ecosistemi realizzati per ottenere sostanze alimentari, dato che sono comunque inseriti in una totalità più grande, devono funzionare allo stesso modo di quelli naturali, che hanno centinaia di milioni di anni di esperienza. Altrimenti innescano una spirale che consuma risorse e accumula rifiuti, danneggiando la Vita da qualche altra parte, o in un tempo successivo. Pertanto campi coltivati, orti e frutteti devono autosostenersi ed essere organizzati come gli ecosistemi naturali. Non possono essere "monocolture".
Invece, soprattutto negli ultimi decenni, abbiamo alterato il modo di vivere di questi "campi" agricoli con pesanti apporti esterni di fertilizzanti chimici, antiparassitari ed energia da fonte fossile, tutti interventi che rendono non-ciclici i fenomeni che vi si svolgono e vanno a distruggere cicli vitali da qualche altra parte, o in tempi diversi.
In generale, l'ecologia è soprattutto la percezione di far parte integrante di un Complesso molto più vasto, l'Ecosistema (o la Terra), ed avere come primo valore la buona salute di questo Organismo.
La catena alimentare
Occorre fare attenzione a non coltivare campi destinati all'alimentazione di altri animali a loro volta destinati a diventare bistecche. Infatti si possono fare alcune considerazioni generali.
La condizione di stazionarietà di gran parte degli ecosistemi naturali è mantenuta attraverso oscillazioni numeriche non troppo grandi delle specie che li compongono: da un'osservazione anche superficiale si nota che esistono certi campi di variabilità quantitativa o numerica entro i quali devono rimanere i componenti di una specie - in funzione del tipo di alimentazione - perchè l'ecosistema si mantenga stazionario e sia in grado di autocorreggersi.
Una delle cose più evidenti è che la biomassa - cioè il numero degli individui per il loro peso - dei predatori deve essere molto inferiore a quella degli erbivori, che a loro volta devono mantenersi in certi rapporti rispetto alla quantità e al tipo di vegetazione. Ogni passaggio della catena alimentare costituisce un grande spreco energetico: anche per questo motivo devono essere rispettati determinati rapporti, con margini di approssimazione abbastanza ristretti.
Dal punto di vista quantitativo, riporto come esempio un brano del libro Ecocidio di Jeremy Rifkin:
La catena alimentare di Miller consiste di erba, cavallette, rane, trote e uomini. A ogni anello della catena, quando la cavalletta mangia l'erba, la rana la cavalletta, la trota la rana e l'uomo la trota, c'è una perdita di energia. Ogni volta che la preda viene mangiata, afferma Miller, "circa l'80-90 per cento dell'energia si disperde nell'ambiente sotto forma di calore". L'energia divorata rimane nei tessuti del predatore, solo in una quantità compresa fra il 10 e il 20 per cento, per trasferirsi al successivo anello della catena. Consideriamo, per un momento, la popolazione di ciascuna specie necessaria per mantenere viva la creatura del livello successivo: "Per nutrire un uomo per un anno ci vogliono trecento trote. A loro volta, le trote consumano novantamila rane, che devono mangiare ventisette milioni di cavallette, che divorano cento tonnellate di erba".
(Jeremy Rifkin, Ecocidio, Ed. Mondadori, 2001)
Per quanto riguarda le specie onnivore, come la nostra, è evidente che: più la dieta è carnea, minore deve essere il numero di individui presenti nell'ecosistema. Il fatto di cosa mangi in prevalenza un primate onnivoro di settanta chili e con sette miliardi di individui è quindi molto rilevante per la conservazione delle capacità omeostatiche della Biosfera e quindi per la sopravvivenza della Terra
Conclusioni
Da quanto sopra detto, appare evidente che le coltivazioni di tipo biologico sono un vantaggio generale. Inoltre mangiare poca carne è un bene per il Complesso dei Viventi e per la Terra.
(Guido Dalla Casa) |