Dalla camomilla all'aloe, dall'elicriso all'echinacea, sono 3500 gli ettari in Italia sui quali si coltivano piante officinali ed aromatiche: il 70% è certificato senza pesticidi, ma si può fare di più.
Biologico sinonimo di qualità e sicurezza: mai equivalenza è stata più vera per un settore particolare come quello della coltivazione delle erbe officinali e aromatiche, che può apparire di nicchia, ma che in realtà fornisce le materie prime per i rimedi, gli estratti e i prodotti naturali che milioni di persone in Italia utilizzano per la cura della propria salute e il proprio benessere.
Nel nostro Paese sono 3500 gli ettari coltivati per tale scopo, di cui 1500 coperti da bergamotto da essenza, mentre dai restanti duemila si ricavano menta, melissa, elicriso, camomilla, aloe, passiflora e tanto altro ancora. Le dimensioni dunque non sono vaste, ma a testimonianza di quanto i proqualità va il fatto che il 70% di questi ettari ospita coltivazioni biologiche certificate. Senza dubbio il mercato del bio è in grande crescita, tuttavia è un trend che raggiunge numeri elevati nel settore alimentare data la fortissima richiesta e la consapevolezza ormai diffusa nei consumatori, che però ha numeri notevolmente inferiori in ambito erboristico, dove il fenomeno è anche più difficile da monitorare.
Secondo molti operatori del settore, non tutti gli erboristi avrebbero compreso appieno le potenzialità dei prodotti bio, sia per le erbe sfuse che per i cosmetici o i derivati delle piante; c'è chi nel settore ancora non dà priorità a questa scelta. «L'attenzione dei consumatori tuttavia si fa sempre maggiore e questo sta già facendo mutare il mercato, anche se ovviamente ci vorrà un po' di tempo» spiega Andrea Primavera, presidente della Fippo, la Federazione italiana produttori di piante officinali, e agronomo di lunga esperienza. «La produzione complessiva di materie prime dell'intero settore, compreso il comparto non bio, si aggira in ogni caso sulle 3000 tonnellate annue in Italia, quantità lontanissime da quelle che il nostro mercato richiederebbe» continua Primavera. «I consumi sul mercato interno si aggirano sulle 30.000 tonnellate annue, quindi facendo i conti si capisce subito quanto l'Italia dipenda dalle importazioni ». «E qui possono nascere i problemi, in quanto» continua Primavera «la maggior parte delle materie prime di importazione arriva dai paesi emergenti come Nord Africa, Turchia ed Europa dell'Est, dove magari i controlli e le certificazioni di qualità non sono sempre adeguati. Da qualche anno si importa anche da Germania e Polonia, dove i controlli sono invece certamente più rigorosi»...