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ABBIGLIAMENTO ECO-SOSTENIBILE
Vestire in modo sostenibile si può, basta indossare il cosiddetto “abbigliamento eco” che, dalla scelta delle materie prime al prodotto finito, non incide negativamente sull’ambiente, usa solo tessuti in fibre naturali (quali canapa, lino, bamboo, cotone biologico, lana cotta, seta e alpaca), non sfrutta gli animali, né i lavoratori. In realtà oggi i modi per coniugare attenzione allo stile e sostenibilità sono tanti. Con un occhio all’etica e uno all’estetica, è possibile vestirsi bene scegliendo la qualità dei tessuti, dei materiali, il rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.
L’impatto ambientale e sociale del fashion business non è infatti trascurabile ed è determinato dai tradizionali metodi di coltivazione/produzione delle materie prime, da alcune fasi del processo produttivo degli indumenti, dallo stadio finale della vita dei prodotti e dalle condizioni economiche e sociali dei lavoratori, in particolare di quelli che operano nei Paesi in via di sviluppo.
Il cotone, per esempio, è una pianta che necessita di grandi quantità di pesticidi, insetticidi e acqua. Basti pensare che per realizzare un paio di jeans sono necessari circa 800 litri d’acqua. Inoltre, alcuni tessuti come il nylon e il poliestere, che non sono altro che fibre sintetiche, vengono realizzati con derivanti del petrolio. Altri rischi provengono poi dalle sostanze nocive usate nella fase di tintura: dannose per l’ambiente ma anche per i lavoratori che spesso non usano le dovute precauzioni.
Vestirsi naturalmente vuol dire quindi anche seguire la moda del riciclo e del solidale. Gli indumenti in buone condizioni non vengono buttati ma venduti come indumenti di seconda mano o destinati agli enti assistenziali, come la Caritas, o ai bisognosi. Gli abiti non più utilizzabili vengono trasformati in stracci per pulire, tessuti da strappare, lana vecchia, o materiale isolante. Le fibre tessili possono, poi, essere riciclate più volte. Ogni anno, ad esempio, nella sola Gran Bretagna vengono gettati nelle discariche circa 1,2 milioni di tonnellate di abiti, il 50% dei quali potrebbero essere riciclati, che va a formare un percolato tossico che si infiltra nel terreno e nei bacini idrici, nonché di gas metano che si disperde in atmosfera.
E poi c’è l’aspetto sociale: circa tre quarti della produzione mondiale di abbigliamento viene realizzata nei Paesi in via di sviluppo. In molti casi i lavoratori sono precari, non sindacalizzati e vengono sottoposti a condizioni di lavoro estenuanti e non salutari con salari che non superano in media i due dollari al giorno. Diffuso è anche l’impiego di lavoro minorile.
"Vestire Sostenibile" non è, dunque, soltanto la moda degli ultimi anni ma una filosofia di vita che testimonia come l'attenzione ai temi della sostenibilità cominci ad entrare anche nel mondo dell'abbigliamento.
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